Visto che questo blog parla di chilometri, ho pensato che ogni tanto potrei fermarmi su uno preciso.

Dopo aver parcheggiato Ettore in una strada tranquilla, ho iniziato la salita verso il pueblo. Sono entrata nei giardini terrazzati affacciati sul Tajo: scalinate in pietra, silenzio e quella gola immensa che si apre all’improvviso davanti agli occhi.

Otto chilometri.
Un trekking semplice, sulla carta.
Un sentiero che entrava nella natura e prometteva silenzio.

Vivere in camper è diverso da come lo immaginavo.

Pensavo sarebbe stato scomodo.
Complicato.
Stancante.

Invece è più semplice di così.

C’è qualcosa che mi accompagna ovunque.
Non si vede nelle foto.
Non si sente nelle risate.
Non appare nei traguardi.

Ma c’è.

Sono le mie paure.

Dopo un fine settimana passato con questo raro esemplare di donna (siamo praticamente uguali, con l’unica differenza che lei è bionda), non posso fare a meno di fermarmi a riflettere sul senso, sul valore e sull’importanza dell’amicizia.

C’era tanta gente, moltissimi turisti, milioni di volti diversi. Tutto si muoveva al ritmo della sevillana e del flamenco, tra chitarre e nacchere che riempivano l’aria di energia viva.

Ogni viaggio comincia sempre da una valigia.
La prepariamo scegliendo con cura cosa portare, in base alla meta, al tempo, a ciò che immaginiamo di vivere.

Poi ci sono quei silenzi che cambiano forma.
Non sono più vuoto: diventano rumore.

Ogni volta che osservo un’alba o un tramonto resto ammaliata dalla magia di quell’istante. Ciò che più mi colpisce è quanto tutto possa cambiare nel giro di pochi attimi: come la luce riesca…