Dopo un pit stop veloce di una notte a Xàtiva — più che altro per spezzare la strada e recuperare un po’ di energie dopo le salite di montagna — arrivo finalmente nella zona che aspettavo di più in questo viaggio.

Sono in provincia di Valencia e, prima di addentrarmi in città, decido di dedicare del tempo alla scoperta del Parque de la Albufera.

Decisione azzeccatissima.

Io ed Ettore arriviamo abbastanza presto e troviamo parcheggio senza troppe difficoltà… o quasi.

Per raggiungere El Palmar bisogna infatti percorrere stradine di campagna strette e un po’ sperdute.

Ma ormai stiamo diventando esperti in queste situazioni, quindi nessun problema (più o meno).

Lascio il mio compagno di viaggio vicino ad altri suoi “amici” e parto a piedi in esplorazione.

Dopo un rapido giro nel paese, decido di cercare un percorso di senderismo.

Inizialmente punto al sentiero degli uccelli: molto consigliato, ma troppo lungo e, soprattutto, su un terreno secco e poco vario.

E, sinceramente, per vedere gli uccelli mi sembrava un impegno eccessivo.

Così cambio idea.

Dietrofront.

E decido di non farmi spaventare dai 5,8 km che mi separano dall’ingresso del sentiero botanico.

Mi metto in cammino.

Le numerose biciclette che mi sfrecciano accanto iniziano a farmi dubitare della scelta: sono praticamente l’unica a piedi.

Ottimo.

Sempre scelte intelligenti.

Però continuo, senza pensarci troppo.

Dopo quasi un’ora e quaranta minuti di cammino, finalmente raggiungo la mia meta.

E lì capisco che ne è valsa la pena.

L’Albufera è un parco naturale enorme alle porte di Valencia, un ecosistema unico fatto di laguna, risaie e dune sabbiose.

Il lago, che è uno dei più grandi di Spagna, è circondato da chilometri di campi di riso — proprio quelli da cui nasce la vera paella valenciana.

Ma la cosa più sorprendente è la varietà: nel giro di pochi chilometri passi da sentieri immersi nella vegetazione a spiagge selvagge, da canali tranquilli a zone umide piene di vita.

Ed e’ anche uno dei luoghi più importanti della Spagna per il birdwatching, con centinaia di specie di uccelli che si fermano qui durante le migrazioni (ok, forse il sentiero degli uccelli aveva un senso…).

Un posto che ti costringe a rallentare, ad osservare e a goderti il silenzio.

Una volta soddisfatta la mia sete esplorativa, decido di tornare indietro.
Stessa strada, stessi chilometri… e ancora più biciclette che mi sfrecciano accanto, facendomi pensare a quanto sia stata fessa a non prenderne la mia anche io.

Comunque.

Arrivo decisamente stremata e, soprattutto, praticamente disidratata.

A quel punto prendo una decisione importantissima: oggi si mangia fuori.
Di solito cerco di arrangiarmi e mangio dentro Ettore per risparmiare, ma questa volta non avevo davvero voglia di fare niente. Zero sbatti.

Mi dirigo di nuovo verso il centro del paese, dove c’è letteralmente l’imbarazzo della scelta: credo ci siano più ristoranti che persone.

Mi siedo.

Sogno una paella… ma so già come funziona: di solito è minimo per due persone. E io, sorpresa, sono da sola.

Però ci provo.

Complice la gentilezza del proprietario — e forse anche un pizzico di pietà — mi lascia scegliere quella che voglio. E lì succede la magia: paella de marisco e una birra gigantesca, gelata.

Ragazzi… che momento.

Mangiare così, dopo tutta quella camminata, è stata una goduria totale.

Ed era anche buonissima.
Felice, sazia e pure senza aver speso una follia, decido che è il momento perfetto per tornare a fare una piccola sosta da Ettore.

Direi che ce la siamo meritata entrambi.

Curiosità: il nome Albufera deriva dal’ arabo Al-buhayra che significa mare piccolo.

Dopo un riposino e qualche pagina di libro, alle 18:30 decido che è il momento perfetto: vado a fare il giro in barca per vedere il tramonto.

In fondo è il modo migliore per esplorare la zona… e poi era da un po’ che non mi godevo un bel tramonto come si deve.

Così, via: si sale sulla barchetta per un’oretta di navigazione.

Raúl, il capitano, è uno spettacolo: spiega tutto con attenzione, ma sempre in modo super divertente. Racconta di come questo posto sia perfetto per matrimoni, giri romantici, pedidas de mano… di coppie che affittano la barca solo per loro, tra tramonti e dichiarazioni.

Poi si guarda intorno.

E realizza che sulla barca… sono l’unica da sola.

Scambio di sguardi.
Sorriso.
Io gli dico: “tranquillo, io sono qui per la natura”.

E caspita.

Altro che dichiarazioni d’amore.

Che tramonto, ragazzi.
Di quelli che ti fanno stare zitto e basta.

Il cielo che cambia colore minuto dopo minuto, i riflessi sull’acqua, il silenzio… davvero qualcosa di speciale.

Sì, ok, il posto è super romantico — confermo — ma è anche incredibilmente bello, a prescindere da tutto.

Finisce il giro, ringrazio, e torno dal mio Ettore.

Cena veloce (anche perché la paella me l’ero mangiata a un orario totalmente a caso), provo a guardare un film… resisto circa 10 minuti — per me un record assoluto, visto che di solito non supero nemmeno i titoli iniziali — e poi crollo.

A nanna.

Per svegliarmi la mattina dopo con un’alba pazzesca.

Lo sapevo.
O meglio, lo speravo.

Ma questa zona sta già regalando sensazioni davvero meravigliose.