QUANDO IL VIAGGIO PIU GRANDE E’ QUELLO CHE FAI DENTRO
14/03/26
Sono seduta nel camper, le mani gelate, e svariate coperte per proteggermi dal freddo di marzo.
Fuori è buio presto, dentro è buio in un altro modo.
Sono senza energie.
Non quelle del corpo (quelle le ho gestite), ma quelle dell’anima.
E proprio in questo momento sta arrivando lui: il dolore.
Non è un mal di testa, non è un mal di pancia.
È quel dolore che non ha nome preciso, quello che ti sale dal petto e ti stringe la gola.
Alterno momenti in cui mi sembra di andare in pezzi – quasi un attacco di panico, il cuore che corre, i pensieri che urlano – a momenti in cui riesco, per pochi secondi, a toccarlo.
A guardarlo negli occhi senza scappare.
E in quei secondi, stranamente, respiro.
È un esercizio durissimo.
Molto più duro di guidare 300 km al giorno, di trovare un posto dove dormire, di cucinare con due fornelli mentre fuori piove.
Mi rendo conto che l’avventura vera di questi quarantacinque giorni non è quella che si vede nelle foto: i paesaggi, i nuovi posti, i chilometri segnati sulla mappa.
L’avventura vera è questa.
Quella che nessuno fotografa.
Quella che sto facendo dentro di me.
Sono partita per trovarmi.
Lo dico sempre, e lo penso davvero.
Ma trovarmi significa anche incontrare tutto quello che ho tenuto nascosto per anni: i ricordi che fanno male, le speranze che mi hanno delusa, le parti di me che ho tradito per essere “brava”, “forte”, “adatta”.
Sto facendo a botte con la vita.
Letteralmente.
A pugni nudi.
Con i ricordi che tornano senza permesso, con le aspettative che si sono rivelate delle vere carogne.
Perché le aspettative sono cattive.
Te le porti dietro come bagagli perfetti, lucidi, ben organizzati.
Poi la vita le apre una per una e ti mostra quanto pesano, quanto sono fragili, quanto sono bugiarde.
“Sarà così”, “dovrebbe andare in questo modo”, “quando arriverò lì sarò felice”.
Bugie. Belle, convincenti, ma bugie.
E allora mi chiedo: come si fa a essere felici senza aspettarsi niente?
Come si fa a restare aperti alla bellezza senza abbassare la guardia?
Come si fa a difendersi dal mondo senza chiudersi dentro?
Sto imparando, piano piano, che la felicità non è un posto dove arrivare.
È un atteggiamento che prendi mentre stai ancora combattendo.
È decidere di toccare il dolore invece di scappare.
È accettare che alcune cose non si sistemeranno mai, ma che posso comunque scegliere come portarle con me.
In questi giorni di freddo e stanchezza ho capito una cosa: il dolore non è il nemico.
È il maestro più severo che potessi incontrare.
Mi sta insegnando a distinguere ciò che è mio da ciò che ho solo preso in prestito dagli altri.
Mi sta insegnando a smettere di correre verso la prossima meta per scappare da me stessa.
Mi sta insegnando che la vera libertà non è non sentire più niente, ma sentire tutto e scegliere comunque di restare.
Non so come finirà questo viaggio dentro al viaggio.
Non so se tra un mese sarò più leggera o se il dolore sarà ancora qui, seduto sul sedile del passeggero.
Ma so che sto cambiando.
Lo sento nelle ossa, nelle lacrime che scendono senza preavviso, nei sorrisi piccoli che riesco a fare anche quando fa male.
E forse è proprio questo il senso: non arrivare da nessuna parte.
Ma diventare qualcuno di nuovo mentre sei ancora in cammino.
Se anche tu stai facendo a botte con qualcosa dentro di te, sappi che non sei sola.
E che a volte il posto più selvaggio da esplorare non è fuori dal finestrino.
È proprio qui, nel silenzio del camper, con le mani gelate e il cuore che batte forte.
Ci vediamo al prossimo chilometro. Dentro e fuori.





