IO ERO PRONTA PER ANDARE. ETTORE NO….
Quando sono partita sapevo che non sarebbe stato tutto in discesa.
Gli imprevisti fanno parte del viaggio.
In fondo, chi ha mai attraversato qualcosa di davvero importante senza incontrare qualche ostacolo?
Per questo oggi non mi sono sorpresa troppo.
La giornata prevedeva quasi 220 chilometri di strada.
Mi sono svegliata presto, come sempre.
Ho preparato il caffè con gli occhi ancora mezzi chiusi, ho fatto la doccia e poi ho iniziato a preparare Ettore per la partenza.
Ormai abbiamo i nostri piccoli riti.
Prima di accendere il motore controllo sempre tutto. Anche tre volte.
Che sia tutto a posto. Tutto chiuso. Tutto in sicurezza.
Il controllo è passato con ottimi voti.
Io ero pronta. Prontissima per un’altra giornata di strada.
Ettore invece no.
Come faccio sempre, ho scaldato le candelette un paio di volte.
Mi piace fargli un po di coccole, soprattutto quando fa freddo come in questi giorni.
Poi è arrivato il momento di mettere in moto.
Ettore si è rifiutato.
Silenzio.
Gli ho parlato con dolcezza, cercando di convincerlo.
Gli ho detto che ce l’avremmo fatta, che andava tutto bene. Che era solo un’altra giornata di strada.
Dovete sapere che, stando quasi sempre da sola, Ettore è inevitabilmente diventato un po’ il mio amico immaginario.
Mi ascolta quando parlo. Mi sente quando piango. In qualche modo mi stringe quando capisce che sono in difficoltà.
Per questo gli parlo. Spesso.
E sempre con parole d’amore.
Ma oggi Ettore non aveva nessuna intenzione di ascoltarmi.
Ho provato ancora un paio di volte.
Niente.
A quel punto ho capito.
Oggi non si parte.
Allora ho spento tutto, ho fatto un bel respiro… e mi sono messa a ridere.
Perché a volte le cose vanno così.
E bisogna saperle prendere nel modo giusto.
Sono scesa e sono andata alla ricerca di qualche anima buona che potesse aiutarmi.
Non ho mai creduto troppo nel destino.
Ma in questo viaggio, lo ammetto, sto iniziando un po’ a ricredermi.
Nel posto in cui sto sostando ci sono parecchi meccanici.
Così, come succede spesso ultimamente, ho deciso di andare a sentimento. Ho scelto un’officina e sono entrata.
Dentro c’erano un padre e un figlio che stavano facendo colazione, seduti su due sedie di plastica vicino al banco dell’officina.
Ho aspettato.
Con molta pazienza.
Ho sempre pensato che, quando devi chiedere aiuto a qualcuno, la cosa migliore sia non farlo mentre sta ancora finendo il caffè.
Quando hanno finito ho raccontato quello che era successo.
Credo di avergli fatto un po’ tenerezza.
Mi hanno detto che sarebbero passati durante la giornata nell’area dove ero parcheggiata. Quando sono tornata indietro, però, non ero del tutto convinta che sarebbe successo davvero.
E invece sì.
Dopo quattro ore sono arrivati.
Hanno guardato Ettore, hanno messo in moto e mi hanno spiegato che ci sono le candelette da cambiare.
Così li ho ringraziati e ho deciso di restare qui per la notte. Domani mattina porterò Ettore in officina e lo faro sistemare.
Programma cambiato.
Mi sono messa l’anima in pace e ho provato a vivere questa giornata per quello che era: una pausa inattesa che, in fondo, qualcuno o qualcosa mi stava regalando.
Ho cercato di approfittarne.
Senza perdere il controllo.
Senza perdere il sorriso.
Senza perdere la certezza che, in un modo o nell’altro, i problemi si possono risolvere.
Anche da sola.
E non avete idea di quanta forza mi abbia dato questa cosa, proprio in una settimana che emotivamente non è stata semplice.
Ma io non mollo.
Perché questo viaggio è anche questo.
È tornare a credere in me stessa.
E, passo dopo passo, sento che la direzione è quella giusta.
Anche quando, per un giorno, il viaggio decide di restare fermo.


